Nathalie Natiembé

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Alla ricerca delle proprie radici

È tra le più capaci interpreti di un genere musicale poco noto in Occidente, il maloya, tipico dell’Isola della Réunion. Attraverso canti e strumenti africani la vocalist poetessa ripercorre la storia della sua terra, caratterizzata da schiavitù e influenze francesi

Africa o Francia? La prospettiva cambia a seconda si consideri l’isola della Réunion da un punto di vista politico-amministrativo oppure geografico-culturale. Gli eventi storici hanno creato contraddizioni, contaminazioni e considerazioni che conducono a opposti orientamenti. 

E questo si riflette in diversi ambiti. Come considerare la musica di quest’isola, situata nell’oceano Indiano, proprio lungo la fascia tropicale, non distante dal Madagascar? Musica africana o francese, essendo questo lembo di terra un dipartimento della Francia?

La risposta può essere duplice. Ascoltando Nathalie Natiembé, interprete, musicista e poetessa nata sull’Ile de la Réunion, i suoni e le influenze si mischiano, formando espressioni artistiche sospese tra climi parigini e i ritmi tipici della cultura africana, fortemente condizionata dalla tragica epoca della schiavitù.

Nella sua musica l’anima della terra d’origine

Nel disco d’esordio Margoz, uscito nel 2002, ha descritto i colori, la storia e soprattutto l’anima della sua terra d’origine. Li ha delineati attraverso un particolare genere musicale chiamato maloya, le cui radici risalgono al XVIII secolo e affondano nei vocalizzi a cappellacantati dagli schiavi durante il lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero.

Il termine deriverebbe dall’espressione malgascia maloy aho che significa “parlare, dire ciò che si deve dire”.

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Per un lungo periodo di tempo, l’amministrazione francese (di cui è dipendente l’isola essendo dipartimento d’oltremare) preoccupata che potesse rappresentare uno stimolo per rivendicazioni autonomiste, ha costretto i réunionesi a suonarlo in condizioni di clandestinità. Il maloya è quindi da un lato molto simile ai field hollers, poiché originariamente cantato da schiavi; dall’altro, si avvicina al blues per quanto riguarda il pathos emotivo e i temi affrontati nei testi (sofferenza, gioia, dolore). Fra gli strumenti caratteristici del maloya rientrano il roulèr (particolare tipo di percussione) che ne costituisce la base ritmica, il bobre (a forma d’arco, dotato di una sola corda e di un risonatore) e il kayamb (realizzato a partire da una sorta di tavolozza di legno lunga circa 40 centimetri, su cui sono intrecciate aste di canna tra le quali si muovono dei granelli).

Nathalie Natiembé, cresciuta ascoltando i tipici ritmi del maloya, ne è divenuta una delle esponenti più accreditate, sulla scia di altri importanti rappresentanti di questo genere, in primis Alain Peters. A lui ha dedicato l’intensa e commovente Maloya Pil Plate, inclusa nel suo primo album, nella quale racconta l’autodistruzione del corpo e dell’anima causata dall’alcolismo (di cui è morto Peters).

Ma le sue composizioni hanno assorbito altri influssi, molto differenti tra loro: dal jazz al soul, dal reggae alla morna (genere di origine capoverdiana, reso popolare da Cesaria Evora), passando per la canzone d’autore francese (Edith Piaf e Charles Trenet). La musica tradizionale de La Réunion rimane comunque in primo piano. “Il maloya l’ho ascoltato sin da piccola. Mia nonna lo cantava, come pure mio padre. Proviene dall’Africa”, racconta Nathalie. Per lei, cantarlo e suonarlo significa mantenere in vita le proprie radici. Per capire pienamente la sua identità culturale, nel 2001 ha intrapreso un viaggio in Mozambico che le ha dischiuso nuovi stimoli per comporre la sua musica.

Maloya e arrangiamenti moderni

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Ne è nato il suo secondo disco Sankér, in cui il tradizionale maloya viene affiancato da arrangiamenti moderni, creati dal lieve tocco elettronico del produttore Yan Costa (noto anche come abile ingegnere del suono e componente del gruppo Zong). In questo lavoro in primo piano sono le percussioni che non a caso rappresentano gli strumenti prediletti della musica de La Réunion. Nathalie per la sezione ritmica di Sankér si è affidata a Jean Aménoutou, Lélou Menwar e Samy Pageaux, figlio di Danyel Waro, una delle figure più autorevoli del maloya. Il suono viene arricchito anche dall’apporto melodico della fisarmonica di Régis Giravo. Dominano comunque in assoluto le doti vocali di Nathalie.

Oltre che interprete, è autrice di tutti i testi, stilisticamente ispirati anche alle immagini catturate dai quei poeti “maledetti” a lei cari (Charles Baudelaire e Arthur Rimbaud). Si è fatta conoscere, alla fine degli anni ’90, proprio in occasione di alcuni vernissage durante le quali si dilettava a recitare versi poetici da lei scritti. Ora, con le sue “rime cantate”, racconta il proprio vissuto: esperienze ricche di gioia o dolorose. Nel brano Addis-Abeba ricorda la sua infanzia nella capitale etiope, mentre Ex voto (interpretata in modo intenso dalla sola voce di Nathalie) ed Epitaf(in cui i ritmi dell’Africa s’intrecciano a sonorità elettroniche) rendono omaggio agli antenati. Reminescenze della chanson françaises’incontrano spesso ascoltando questo secondo lavoro.

Cilaos ne è un perfetto esempio. In esso troviamo al contempo le sonorità tradizionali di quei Paesi – Ile Maurice, Madagascar e naturalmente La Réunion – che si affacciano sulle sponde africane dell’Oceano Indiano. Anche l’aspetto mitico/mistico è fortemente presente nella sua musica, in particolare nelle esibizioni live, durante le quali, come spiega lei stessa “canto accompagnata dal mio triangolo che simboleggia il corpo, la mente e lo spirito”. Nathalie Natiembé con Sankér ha confermato non solo di essere una delle migliori esponenti del maloya, ma anche una poetessa in grado di far vibrare con la sua voce le corde dell’anima.

Silvia Turrin

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